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San Martino: uno strappo significativo alla tradizione

a cura di Roberto Nastasi

Quest’anno la tradizionale ricorrenza dell’11 novembre, San Martino, l’abbiamo voluto trascorrere in modo diverso, al ristorante “Gattopardo”. Se è vero che san Martino si deve considerare il Santo della condivisione, la condivisione l’abbiamo voluto estendere allo scambio culturale ed in particolare al tentativo di comprensione di un mondo apparentante tanto lontano, dal punto di vista culturale e filosofico, ma in realtà nel nuovo mondo della globalizzazione, tanto vicino, da apparire già coniugato a noi. D’altronde noi della Sicilia e precisamente quelli che viviamo a meno 50 kilometri a sud di Tunisi, un tentativo più che una vera e propria esperienza di condivisione, la dobbiamo compiere.
Pertanto abbiamo sostituito al tradizionale detto “San Martino: crispelle e vino” il nuovo motto “San Martino: tanto couscous e… vino”.
Questo piatto è l'alimento tradizionale di tutto il Nordafrica, al punto che lo si potrebbe definire "piatto nazionale" dei Berberi, di Algeria, Marocco, Tunisia, e Libia.
In definitiva abbiamo coniugato due elementi che non potrebbero stare in accoppiata per cristiani e musulmani, ma abbiamo prodotto una composizione in cui ognuno potesse recuperare qualcosa di suo.
Un’ unica apparente "concessione" al mondo arabo: l’intrattenimento con una esibizione di “danza del ventre”.

Ma anche in questo caso, ad una maestra di origine turca, erano unite due ragazze anch’esse bravissime,

 

"noticianissime"sempre a dimostrazione della possibilità di interconnessione culturale, fra mondi diversi.

Inutile dire che la danza del ventre, più che una danza, è l’espressione, la estrinsecazione fisica di una cultura e di una filosofia tutta orientale già
nota sin dai tempi degli Assiri e Babilonesi e risalente al culto della “grande Madre”.
Giusto per un approfondimento minimo, diciamo che si trattava di un linguaggio simbolico di comunicazione donna/donna che racchiudeva tutta la storia e la sacralità e la femminilità della
danzatrice.
Come si legge nel “La mia storia” di Nurja, una scrittrice che ha scritto anche dei poteri curativi della danza del ventre: “Danzare nel mondo antico,
era qualcosa di Sacro che esprimeva in positivo, la potenza dell’eros femminile e creava un Sacro Ponte tra la donna e la

Divinità.

Nel mondo attuale, per adeguarsi a un mondo “maschile”, le donne devono abituarsi a “comportarsi damaschio” sia

in famiglia che sul lavoro e debbono rinunciare alla loro parti femminili per non essere tacciate di “svampite”…o “poco intelligenti”…..e se ci è concesso di usare la femminilità è solo per “conquistare l’uomo”…o per “combattere la rivale”.
Nella filosofia della danza si parte dal presupposto che la femminilità sia un grande valore e contenga “l’energia essenziale di cambiamento” di cui il mondo ha bisogno. Solo riappropriandosi della l propria femminilità , accettandola come forza e valore sacro (senza vergognarsene), imparando a utilizzarla
insieme e non contro le altre donne , la donna potrà ritrovare la sua vera forza primordiale. In definitiva la danza del ventre contiene movimenti che appartengono storicamente all’inconscio femminile, basta ricordarli e ritrovarli, come la femminilità”.
Forse non tutti i presenti alla serata al “Gattopardo” erano perfettamente a conoscenza del fenomeno culturale che stavano vivendo.
Molti erano convinti di partecipare ad uno dei danti balletti che la televisione e la cultura monotematica e superficiale tanto in voga ai nostri giorni, ci ha educato a guardare. In realtà con l’accompagnamento di un commento adeguato, un’ulteriore manifestazione di questo tipo, allargata ai nostri giovani ed alle nostre giovani, quelli per intendere che assistono passivi alle idiozie dei nuovi strilloni De Filippi, Ventura, Morgan etc, potrebbe rappresentare un momento di maturazione complessiva che senz’altro farebbe bene in tutti i sensi.
Noto, 12 novembre 2009

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